• Età evolutiva

    Emozioni e apprendimento

    L’apprendimento e il rendimento scolastico vengono spesso associati ad aspetti come l’intelligenza o l’impegno, ma raramente si tiene in considerazione il benessere emotivo quale fattore determinante e fortemente interconnesso con i processi coinvolti nell’apprendimento.

    Ma cosa si intende per benessere emotivo? Un bambino (ma nemmeno un adulto) non è sempre felice, sempre entusiasta, sempre spensierato. E nonostante questo, il suo benessere emotivo può non essere necessariamente messo in bilico: contrariamente a quanto tradizionalmente sostenuto anche dalla disciplina della psicologia, anche le emozioni “negative” hanno una funzione adattiva, cioè ci vengono incontro, ci sono amiche, fanno il tifo per noi, anche quando sembrano solo un peso sulle spalle insostenibile che vogliamo toglierci di dosso il prima possibile. Ma certamente non è facile pensare alla paura o alla tristezza come nostre alleate, quando ci salutano e ci vengono incontro, quindi cosa si può fare per conviverci al meglio senza intaccare il nostro benessere emotivo?

    Avete mai notato che molto spesso ai bambini che hanno paura si dice “Non devi avere paura” o ai bambini che piangono “Non devi piangere”. Ecco, le emozioni negative non si addicono tanto ai bambini, secondo gran parte del mondo adulto! Eppure così facendo il messaggio che trasmettiamo loro è che le emozioni negative, quelle che ci fanno sentire a disagio e che ci stanno scomode, sono da evitare, da mandare via subito o per lo meno da nascondere. Al contrario! Imparare a convivere con le emozioni negative, saperle riconoscerle, accettarle, dargli voce e ragione è alla base di un buon sviluppo emotivo.

    E allora tutto questo che c’entra con l’apprendimento e la scuola? Per un’infinità di ragioni! Innanzitutto, la scuola è il primo ambiente in cui ci mettiamo a confronto con gli altri, ci mettiamo in discussione, riconosciamo le nostre capacità e le nostre fragilità anche sulla base di un continuo interfacciarsi con le altrui capacità e fragilità. Successi e fallimenti sono all’ordine del giorno, e questi si accompagnano a emozioni piacevoli o a tristezza, delusione, preoccupazione… Se mal gestite, se soffocate, se non accolte o non comprese dal bambino, queste emozioni possono attivare cortocircuiti emozionali che attivano a loro volta drastici circoli viziosi in cui la convinzione implicita e automaticamente attivata dal fallimento che “io non sono capace” o peggio “io non ce la farò mai” portano ad un disinvestimento che a sua volta aumenterà la probabilità di un successivo futuro fallimento, che a sua volta ancora rafforzerà la convinzione sostenuta. Ecco… e se invece le emozioni di disagio venissero accolte? Se invece, se ne riconoscesse il loro valore e la loro funzione, che banalmente potrebbe essere proprio quella di spingerci a cercare il supporto delle persone più vicine, per confermare la nostra identità e le nostre capacità?

    Spesso capita che un tortuoso percorso scolastico sia legato a uno scarso benessere emotivo nel ragazzo; quello che suggeriscono spesso gli insegnanti è di fare un approfondimento per valutare la presenza di difficoltà specifiche, ma difficilmente la domanda che viene posta è “come sta questo bambino?”.

    Ricordiamoci e ricordiamogli che anche prendersi cura del proprio benessere emotivo è importante, per questo può essere utile rivolgersi a uno specialista per ricevere supporto o consigli per fare pace anche con le emozioni più difficili e vedere in loro validi alleati con cui superare le tappe più importanti della nostra vita.

  • Terza età

    Invecchiare bene si può!

    Invecchiare è fisiologico

    Banale a dirsi, ma nonostante la parola “invecchiamento” evochi spesso un’accezione negativa, si potrebbe piuttosto pensare alla vecchiaia come una fase di normale cambiamento. Invecchiando il nostro corpo è soggetto a numerosi cambiamenti fisiologici: le ossa si fanno più fragili, aumentano le rughe sul viso, e vista e udito possono essere meno efficienti. Allo stesso modo, anche le strutture cerebrali non sono immuni al cambiamento. Alcuni studi mostrano come dopo i 50 anni la corteccia cerebrale tende ad assottigliarsi, e si assiste ad una accelerazione della perdita neuronale con conseguente riduzione della sostanza grigia e della sostanza bianca. Questi cambiamenti sono percepibili dall’esterno perché comportano generalmente delle alterazioni nel funzionamento cognitivo. Può accadere in modo più frequente che ci si dimentichi di prendere qualcosa al supermercato, di non trovare una parola durante un discorso, o di sentirla solo “sulla punta della lingua”; si tende ad essere più lenti a svolgere le tipiche attività della vita quotidiana e può risultare più difficile eseguire più compiti simultaneamente.

    Tuttavia, l’invecchiamento non è di per sé sinonimo di patologia, in quanto questi cambiamenti possono essere considerati “normali” fintanto che non impattano significativamente sulle autonomie e sulle capacità di portare a termine le attività quotidiane. Anche se non deve essere considerato un sinonimo di malattia, l’aumentare dell’età è, invece, uno dei principali fattori di rischio per lo sviluppo di patologie neurodegenerative come la demenza.

    Ma è possibile contrastare gli effetti dell’invecchiamento?

    Gran parte degli studi neurobiologici e neuropsicologici al momento si stanno focalizzando sulla ricerca dei cosiddetti “fattori di protezione”, che paiono promuovere un invecchiamento sano e di successo. Il concetto di plasticità cerebrale è chiave nella comprensione dei fattori che proteggono dal declino cognitivo nella terza età e ciò che è importante ricordare è che le strutture cerebrali non smettono mai di modificarsi dal momento in cui nasciamo: sempre più studi ci dimostrano, infatti, come la capacità del nostro cervello di riorganizzarsi, modificarsi e adattarsi al cambiamento non sia tipico solo dell’infanzia, ma invece perdura per tutta la vita. Proprio grazie alla plasticità, anche nella terza età è possibile la creazione di nuove connessioni neuronali, che permettono di compensare le perdite che si verificano per i normali processi di invecchiamento.

    A questo punto, la ricetta per un invecchiamento di successo sembra prevedere proprio quegli ingredienti che favoriscono e alimentano la plasticità del cervello. Certamente i fattori genetici giocano un ruolo importante, ma questi interagiscono fortemente con i fattori ambientali, che derivano, cioè, dalla nostra specifica esperienza di vita. Uno stile di vita sano, un’attività fisica regolare, il coinvolgimento in attività mentalmente stimolanti e la partecipazione a relazioni sociali significative sono esperienze che accrescono la nostra riserva di risorse cognitive utili per compensare le normali modificazioni che occorrono a livello cerebrale nella terza età.

    In poche parole, per invecchiare bene la parola d’ordine è attività! Così come è possibile allenare i nostri muscoli per renderli più forti, anche il cervello è un organo che può essere rafforzato se la palestra che frequentiamo è una “palestra per la mente”, ricca di stimoli che attivano specifiche aree cerebrali che rischierebbero altrimenti di spegnersi progressivamente.